Cambiamenti climatici nel Mediterraneo: gestire l’inevitabile, evitare l’ingestibile

In un'intervista Antonello Parisi, fisico del clima del CNR - Centro Nazionale di Ricerche in Italia, spiega i recenti fenomeni climatici e naturali, ipotizzando le conseguenze a lungo termine del riscaldamento del Mediterraneo.

4 febbraio 2022

Il vulcano sottomarino Hunga Tonga-Hunga Ha’apai, nell’arcipelago di Tonga ha eruttato in maniera esplosiva, causando tre vittime e una situazione d’emergenza nel paese.
Quello che è certo è invece che gli oceani del pianeta si stanno scaldando: l’aumento delle temperature delle acque è iniziato negli anni ’90 e continua tutt’ora. I dati pubblicati di recente da una rivista scientifica specializzata, Advances in Atmospheric Sciences, dimostrano che il 2021 è stato l’anno in cui si è registrato il maggior accumulo di calore negli oceani: un record storico, da quando si effettuano misurazioni scientifiche. Una delle conseguenze di questo fenomeno è l’innalzamento del livello degli oceani; un’altra è l’aumento degli eventi meteorologici estremi (tempeste, ondate di calore, cicloni) causati dagli scambi termici anomali tra i mari e le masse d’aria che li sovrastano. I mari e oceani della Terra si riscaldano in misura differente a seconda di fattori come la latitudine, la profondità, la salinità e le correnti; ma il mare con il maggior tasso di riscaldamento è il Mediterraneo. L’aumento degli ultimi decenni è poco più di mezzo grado, registrato alle medie profondità; ma tanto basta per dare il via a delle serie conseguenze.

Un paese che paga a caro prezzo la sua posizione geografica è il Madagascar. L’isola, grande quasi due volte l’Italia, è il paese africano più esposto ai cicloni dell’Oceano Indiano. Negli ultimi tre anni la popolazione ha dovuto affrontare le alluvioni nel nord dell’isola, una siccità prolungata di due anni nel sud e la pandemia del Covid19 che ha paralizzato la catena di distribuzione della già scarsa produzione agricola. Come se non bastasse il Madagascar è uno dei paesi africani più afflitti dalle periodiche invasioni di locuste. L’insicurezza alimentare è la minaccia maggiore per questa nazione che per il 95% vive di agricoltura.

Per inquadrare queste notizie scientifiche e “di cronaca” nel più ampio scenario del cambiamento climatico, Earth Day Italia ha intervistato Antonello Pasini, fisico del clima del CNR e autore, tra gli altri, del libro “L’equazione dei disastri – Cambiamenti Climatici su territori fragili” (Codice Editore).

Quali possono essere le conseguenze sul clima dell’eruzione del vulcano di Tonga? Nell’immediato si è parlato molto dell’onda anomala ma quali cambiamenti potrebbero causare le polveri che sono state immesse in atmosfera?

Sicuramente dovremo capire se l’eruzione continuerà a più riprese; perché, le polveri, soprattutto di solfati, che vengono emesse in atmosfera da questi vulcani possono creare dei cambiamenti climatici. È successo in passato col Pinatubo (eruzione nelle Filippine nel 1991, nda.) con il Krakatoa (Indonesia 1883, nda.) con altri vulcani ed altre eruzioni molto forti: queste polveri si posizionarono nella stratosfera, cioè tra i 20 e i 30km di altezza, e fecero da schermo alla luce solare. Meno luce solare arrivava a terra, meno la terra e l’atmosfera sovrastante si riscaldavano. Infatti dopo l’eruzione del Pinatubo per uno o due anni abbiamo registrato un abbassamento addirittura fino a due decimi di grado della temperatura media globale.

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