Futuro della COP19, a chi le responsabilità? 4° parte

Durante la quarta giornata della COP19, che si è svolta ieri 14 novembre 2013, la delegazione degli Stati Uniti ha proposto un ordine del giorno per minimizzare il ruolo del meccanismo per le "perdite e i danni" del climate change, ponendo come priorità i finanziamenti privati nel Green Climate Fund, e di ritardare la scadenza per il post-2020 negli impegni di riduzione delle emissione. Un articolo di Piero Pelizzaro, Responsabile Cooperazione internazionale di Kyoto Club, dalla COP di Varsavia.

15 novembre 2013

<p>Durante la <b>quarta giornata della COP19</b>, che si è svolta ieri 14 novembre 2013, la delegazione degli Stati Uniti ha proposto un ordine del giorno per minimizzare il ruolo del meccanismo per le "perdite e i danni" del climate change, ponendo come priorità i finanziamenti privati nel Green Climate Fund, e di ritardare la scadenza per il post-2020 negli impegni di riduzione delle emissione, come riportato dalla Reuters ieri (l’agenzia ha citato un rappresentante del Dipartimento di Stato americano). </p><p>Un documento, che è stato fatto trapelare da un paio di giornalisti presenti a Varsavia, delinea la <b>strategia degli Stati Uniti per i negoziati</b> ai propri diplomatici presso le varie ambasciate, per cominciare a trattare con i diversi paesi prima dell’inizio dei colloqui ufficiali, in programma la settimana prossima. Il documento chiarisce che, nonostante le posizioni progressiste del presidente Barack Obama sulle questioni climatiche, assunte lo scorso anno, gli Stati Uniti continuano ad opporsi alla chiusura di un accordo internazionale globale sul clima, questo perché si oppongono al riconoscimento del concetto di responsabilità storica per le emissioni, posizionandosi in contrasto ai Paesi in via di sviluppo sulle principali questioni in gioco.</p><p>La <b>COP19</b>, iniziata quest’anno con le immagini del tifone Haiyan, ha enfatizzato ancora di più uno dei contrasti storici dei negoziati sul clima, che sarebbe stato comunque uno dei principali temi affrontati a Varsavia: le cosiddette "perdite e danni " del climate change – ovvero, l’assistenza per i paesi che sono già colpiti dagli effetti devastanti del cambiamento climatico. Ciò che è già "oltre l’adattamento".</p><p>Il <b>concetto di "perdite e danni"</b>, pur appartenendo a un dibattito storico, è entrato relativamente da poco all’ordine del giorno delle riunioni della Conferenza delle Nazioni Unite sul clima: solo a Doha, alla COP18 dello scorso anno, infatti, i negoziatori decisero di istituire, a partire dalle successive conferenze, un meccanismo per trattare con i paesi LDC (Less Developed Countries). </p><p>Alla Convenzione quadro delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici (UNFCCC ) di quest’anno, lo scorso 12 novembre, il gruppo dei <b>paesi in via di sviluppo G77 + Cina</b> hanno presentato pubblicamente una proposta di meccanismo internazionale per le perdite e i danni del climate change che, a parere di molti, sembra poter essere coerente con il quadro dell’UNFCCC. <br />Questo documento è oggi la base per la discussione in corso. <br />Stando alla posizione del Dipartimento di Stato degli Stati Uniti, qualsiasi confronto sulle "perdite e danni" deve essere effettuato sotto il quadro già esistente per affrontare l’adattamento ai cambiamenti climatici, non come un terzo pilastro separato (in aggiunta quindi ai due esistenti: mitigazione e adattamento), così come hanno chiesto i G77 + Cina. </p><p>"Un terzo pilastro- spiegano i negoziatori americani- porterebbe l’UNFCCC a concentrarsi sempre più sulle colpe e responsabilità, che a loro volta potrebbero essere controproducenti dal punto di vista del sostegno pubblico per la conferenza." <br />"Siamo fortemente a favore della creazione di un accordo istituzionale sulla perdita e il danno che si inquadri entro il pilastro dell’adattamento, piuttosto che la creazione di un terzo flusso di azione che è separato dalla mitigazione e adattamento", <b>è quanto sembra emergere dal documento americano diffuso da alcuni giornalisti presenti alla COP</b>. <br />Gli Stati Uniti temono un aumento del "focus sulla responsabilità" nel corso dei negoziati internazionali sul clima, che potrebbe di fatto tradursi in un’ ammissione di responsabilità storica dei paesi industrializzati per le emissioni che causano il cambiamento climatico e di un successivo obbligo legale di pagare un prezzo per questa responsabilità. </p><p>La questione della <b>responsabilità storica per le emissioni</b> è stata una dei principali punti di contesa, se non la principale, in tutte le conferenze delle parti. Eppure, per la maggior parte dei paesi in via di sviluppo giunti a Varsavia, in particolare i piccoli stati insulari e i paesi meno sviluppati, fare passi concreti sulle perdite e il danno è un punto centrale delle loro agenda. </p><p>"Se non siamo riusciti a raggiungere l’obiettivo della Convenzione, dobbiamo affrontare il problema della perdita e danni", ha affermato il capo della delegazione Filippina, <b>Yeb Sano</b>, nel suo emotivo discorso introduttivo alla COP. "La perdita e danni del cambiamento climatico è una realtà oggi in tutto il mondo. I livelli di riduzione delle emissioni dei paesi sviluppati sono pericolosamente bassi e devono essere immediatamente aumentati, ma anche se fossero in linea con la richiesta di riduzione del 40-50 % rispetto ai livelli del 1990, avremo comunque forti impatti derivanti dal cambiamento climatico e ci sarebbe ancora bisogno di affrontare la questione dei danni".</p><p>"Il tema delle perdite e danni ha causato molte intense discussioni"- ha detto il negoziatore cinese Su Wei durante un briefing di giovedì. " Tutto dipenderà dalla volontà politica dei paesi sviluppati, ha continuato <b>Su Wei</b>, se avranno intenzione di intraprendere azioni per assumersi la responsabilità per le emissioni che hanno prodotto storicamente." <br />Alcuni paesi in via di sviluppo sono estremamente cauti sugli aiuti finanziari promessi dai paesi sviluppati di essere poi tradotti in investimenti privati. Questi ultimi, infatti, non possono essere equiparati a sovvenzioni e aiuti. </p><p>"Già nel vertice pre-COP organizzato dalla Polonia, un giorno e mezzo su tre sono stati dedicati alle aziende che hanno partecipato per presentare ai paesi in via di sviluppo le tecnologie che potrebbero acquistare per gli interventi di mitigazione", ha detto<b> Rene Orellana</b>, capo della delegazione boliviana, durante il primo giorno della COP. "Collegare i mercati alle disposizioni finanziarie significa una responsabilità diluita per i paesi sviluppati." </p><p>La posizione degli Stati Uniti, infine, potrebbe rivelarsi problematica per l’Unione europea perché, quando si parla del post-2020, si dice: "Vi è divergenza di posizioni riguardo a quando gli stati presenteranno gli impegni iniziali e le tempistiche della conclusione degli accordi, con gli Stati Uniti che spingono per l’inizio del 2015, mentre l’UE vuole un impegno sul tavolo a settembre 2014". </p><p>Alla COP19 si suppone che ci sia un avanzamento per i negoziati, sia quando si tratta della <b>creazione di un meccanismo per il post-2020 per le riduzioni da parte dei paesi di tutto il mondo</b>, sia per <b>rafforzare gli attuali obiettivi di riduzione delle emissioni per i paesi sviluppati</b> (gli obiettivi al 2020 sono ritenuti insufficienti per mantenere il mondo in pista per il contenimento dell’aumento delle temperature di due gradi). <br />Sulle emissioni post-2020 sta emergendo un consenso sul fatto che i paesi dovrebbero presentare impegni di emissione, prima della COP21 di Parigi 2015 (quando si prevede ci sarà la firma per un nuovo accordo internazionale sul clima), che dovrebbe essere valutata per adeguatezza alla luce di ciò che è necessario per limitare il riscaldamento globale entro i due gradi centigradi. </p><p>Per gli Stati Uniti portare all’inizio del 2015 la proposta per gli impegni di riduzione delle emissioni significherebbe dare meno tempo per un confronto internazionale sugli impegni, in particolare per una revisione che potrebbe concordarsi alla COP20 in Perù, un host che potrebbe rivelarsi potenzialmente più dura dei paesi sviluppati. <br />Rispondendo per la fuoriuscita del documento di ieri, <b>la delegazione statunitense ha dichiarato al quotidiano indiano The Hindu</b>: "Gli Stati Uniti sono impegnati per il raggiungimento di un risultato ambizioso, efficace e realizzabile alla convenzione UNFCCC di Varsavia, e le nostre posizioni sono orientate a favorire tale obiettivo. Siamo impegnati con tutti i paesi per trovare soluzioni che diano impulso al tentativo di contrastare i cambiamenti climatici".</p><p><i>Piero Pelizzaro, Responsabile Cooperazione Internazionale di Kyoto Club.<br /></i></p><p></p>


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