Emergenza inquinamento da fonti industriali in un dossier di Legambiente
Con "Mal’Aria Industriale 2010", il libro bianco sull’inquinamento atmosferico da attività produttive in Italia, Legambiente denuncia il forte aumento dal 2006 degli inquinanti industriali.
<p>Nel nostro Paese l’<b>inquinamento atmosferico da attività produttive</b> è risultato in forte crescita. L’industria italiana si conferma come la principale fonte di macroinquinanti immessi in atmosfera che contribuiscono a rendere insalubre l’aria respirata dai lavoratori e dai cittadini che vivono nelle zone limitrofe alle aree industriali. </p><p>Dal rapporto di Legambiente <a href="http://www.legambiente.eu/documenti/2010/dossier_vari/malaria_industriale10.pdf">"Mal’aria industriale 2010"</a>(pdf) è risultato che l’industria contribuisce in modo molto significativo sulla qualità dell’aria nel nostro Paese:<ul><li>emette il <b>26% del PM10</b> (materiale presente in atmosfera in forma di particelle microscopiche) a livello nazionale. Il trasporto su strada incide con il 22% sul totale, anche se il suo contributo in ambito urbano diventa di gran lunga la prima fonte di smog;</li><li>produce il <b>79% degli ossidi di zolfo (SOx)</b>, ormai insignificanti nel settore dei trasporti grazie alle specifiche sempre più stringenti sulle concentrazioni di zolfo nei carburanti, con l’unica eccezione del trasporto marittimo;</li><li>causa l’emissione del <b>23% degli ossidi di azoto (NOx)</b>, precursore della produzione del PM10 secondario e dell’ozono, inquinante tipicamente estivo.</li></ul><br />A questi macroinquinanti si aggiungono anche i <b>microinquinanti</b> che rendono davvero rilevante il contributo dell’attività produttiva sull’inquinamento nel nostro Paese. </p><p>Dal Dossier emerge che le industrie italiane producono il 60% del cadmio totale, il 70% delle diossine, il 74% del mercurio, l’83% del piombo, l’86% di Policlorobifenili (Pcb), l’89% del cromo e il 98% di arsenico. <br />Tra il 2006 e il 2007, inoltre, come rilevato dall’Ispra, si è registrato un aumento del +15% di Ipa (idrocarburi policiclici aromatici), del +6% di diossine e di furani, del +5% cadmio e del +3% di cromo. In riferimento a quest’anno, invece, Legambiente non è entrata nel dettaglio delle emissioni dei singoli impianti industriali perché l’Ispra non ha ancora convalidato i dati relativi al 2007, forniti dalle aziende al nuovo registro E-PRTR (European Pollutant Release and Transfer Register) che sostituisce la precedente banca dati INES-EPER.<br />L’industria poi oltre ad inquinare l’aria che respiriamo, produce <b>reflui liquidi</b> da depurare e <b>rifiuti solidi</b> da trattare e smaltire in modo adeguato.</p><p>Uno strumento importante per ridurre l’impatto ambientale delle attività produttive è costituito dall’<b>Autorizzazione Integrata Ambientale</b> (AIA), prevista dal DLgs 59/2005 (recepimento della direttiva europea IPCC, Integrated Pollution Prevention and Control) sulla prevenzione e controllo dell’inquinamento industriale.<br /> <br />Il <b>rilascio di questo strumento</b> è però ancora lento nel nostro paese e, stando alle elaborazioni di Legambiente, "su 91 impianti industriali solo per 41 è stata rilasciata l’AIA (21%), mentre per 143 il procedimento non si è concluso e per 7 è in corso sia la VIA (Valutazione di Impatto Ambientale) che l’AIA". Tra i 41 impianti che hanno ottenuto l’autorizzazione compaiono 32 centrali termoelettriche e pochi impianti complessi come raffinerie di petrolio e impianti chimici, i restanti 143 impianti sono sprovvisti di autorizzazione, tra cui il sito industriale di Priolo e il polo di Mantova, le raffinerie di Gela, Milazzo e Falconara e le acciaierie dell’Ilva a Taranto e della Lucchini a Piombino (Li).</p><p>Legambiente sottolinea come "La stessa attenzione data al traffico privato, come causa di inquinamento atmosferico, non è stata prestata ad un’altra fonte altrettanto importante, soprattutto in alcune parti del Paese. Si tratta della <b>fonte industriale</b>, che continua ad essere trascurata e non è ancora diventata nell’immaginario collettivo un problema da affrontare, a parte qualche rara eccezione come avvenuto ad esempio negli ultimi due anni a Taranto con il suo polo siderurgico". <br />A parere dell’Associazione, è necessario che il Ministero intervenga concretamente in modo da <b>rivedere i limiti di emissione delle diossine</b> per tutti gli impianti industriali che oggi non sono ancora in linea con la normativa internazionale (<a href="http://www.ecceterra.org/doc/protocollo%20ue%20inquinanti%20persistenti%202004.pdf">Protocollo di Aarthus</a>).</p><p>"I passi in avanti degli ultimi decenni per ridurre l’inquinamento industriale, ha dichiarato il responsabile scientifico di Legambiente <b>Stefano Ciafani</b>, non sono stati sufficienti a salvaguardare la salute dei cittadini che vivono nei pressi di stabilimenti industriali. È per questo che Legambiente chiede al governo italiano di garantire adeguati finanziamenti per l’attivazione di studi epidemiologici per approfondire gli impatti sanitari derivanti dall’esposizione agli inquinanti emessi dalle lavorazioni industriali. <b>Le Regioni italiane devono investire risorse economiche</b> adeguate per quelle Agenzie regionali <b>per la protezione ambientale</b> che in due terzi del Paese non sono in grado di assolvere i compiti sui controlli che gli sono stati assegnati per legge. <b>L’industria</b>, infine, <b>deve investire in ricerca, sviluppo e innovazione tecnologica</b>, perché solo così potrà ridurre gli impatti ambientali delle sue lavorazioni e garantirsi quel valore aggiunto necessario per competere in un mercato globalizzato".</p><p></p><p></p>
