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L’economia circolare, il riciclo è essenziale

L’innovazione consente di recuperare sempre più materiali, ma ci sono ostacoli di natura non tecnologica che a volte impediscono lo sviluppo dell’economica circolare. L’editoriale di Francesco Ferrante, Vicepresidente di Kyoto Club.

7 aprile 2021 Fonte: Ilroma.net

Economia circolare. Un termine ormai divenuto quasi di moda, con cui si vuole indicare un modello economico che passa da quello lineare “produco-consumo-butto” a uno, appunto circolare, in cui sin dalla sua progettazione (eco design) in un prodotto si deve considerare la sua capacità di “tornare a nuova vita” una volta consumato. In sostanza si tratta di utilizzare in maniera efficiente tutte le risorse, e innanzitutto la materia, consapevoli che le stesse non sono infinite e che anzi l’”era fossile” fondata sullo sfruttamento di gas, petrolio e carbone – oltre ad aver consentito la crescita del benessere, in maniera davvero diseguale tra le varie parti del mondo – ci lascia in eredità un Pianeta in cui la sopravvivenza stessa della nostra specie è messa a rischio dalla crisi climatica in atto.

Per fortuna l’innovazione tecnologica oggi ci consente e rende convenienti scelte sempre più eco friendly e anzi, quelle stesse indispensabili per combattere il climate change, sono quelle che garantiscono una nuova economia con più occupazione e lavori più stabili e meno precari. Infatti così come oggi eolico e fotovoltaico sono diventati competitivi nei confronti di gas e carbone per produrre elettricità, anche la produzione della cosiddetta bioplastica, a partire da materia prima vegetale e rinnovabile, oggi lo è relativamente alla plastica tradizionale, quella che si fa con il petrolio.

La bioplastica, che deve essere anche compostabile a norma di legge, è ormai diventata un oggetto della nostra quotidianità: è quella dei sacchetti della spesa, anche se troppo spesso ancora ci si imbatte in quelli di plastica ormai illegali da anni. Il nostro Paese infatti è stato il primo a introdurre un divieto su quei sacchetti. Un divieto che ha avuto tre effetti assai positivi. Il primo sul nostro stile di vita: infatti da quando nel 2007 per la prima volta fu annunciata l’intenzione di vietarli sino ad adesso se ne è più che dimezzato l’utilizzo. Vuol dire che si è di nuovo diffusa l’abitudine nei consumatori di portarsi la sporta da casa: un bell’esempio di come si possono evitare sprechi. Secondo risultato, quello forse più ovvio, il beneficio ambientale: non più sacchetti plastica praticamente indistruttibili che si ritrovavano ovunque, perché quelli bio e compostabili finiscono insieme all’umido delle nostre raccolte differenziate nel circuito di raccolta che alla fine restituirà quella materia vegetale, con cui sono prodotti, al suolo. Più circolare di così! Terzo e altro importante effetto: si è indirettamente promossa una nuova industria chimica che puntando su quella innovazione ecosostenibile può ridare slancio a un settore industriale che ha fatto il boom di questo paese negli anni ’60 ma che ormai non reggeva più economicamente senza una riconversione drastica.

Oggi siamo alla vigilia dell’entrata in vigore di una Direttiva dell’Unione Europea che vieterà molti oggetti di plastica “usa e getta” a partire dalle stoviglie. E già il Parlamento – grazie a un emendamento del Senatore Ferrazzi, molto impegnato su questo tema – ha dato indicazioni al Governo di recepire quella Direttiva sul modello dei sacchetti esentando dal divieto le plastiche compostabili. In modo da replicare quel successo e mantenere la leadeship come sistema Paese in questo settore industriale così denso di buone prospettive future. Sì, perché è in Italia che c’è la prima fabbrica al mondo di bio-butandiolo, un intermedio fondamentale nella chimica industriale, ed è sempre in Italia che si produce acido pelargonico (che può sostituire anche gli erbicidi in agricoltura). L’innovazione tecnologica che fa rivivere nella modernità un vecchio detto: “non si butta niente” e tutto torna al suolo che ha la drammatica necessità di non essere impoverito.

Ma oltre alla chimica verde ovviamente è economia circolare quella che nella gestione dei rifiuti riesce a recuperare più materia. Anche qui l’innovazione tecnologica ci dà una mano, ma è necessario che si organizzi un sistema efficiente. Infatti non si po' non partire da un efficace organizzazione del porta-a-porta che è l’unico sistema di raccolta differenziata che garantisce - sia in termini di quantità che in quelli altrettanto importanti della qualità delle diverse frazioni raccolte – che il rifiuto raccolto sia separato adeguatamente. A valle della raccolta differenziata domestica si potranno avere quindi le piattaforme che recuperano tutti i materiali da imballaggio delle diverse filiere – plastica, vetro, legno, carta, alluminio, acciaio e bioplastica – e l’umido che come abbiamo detto attraverso il passaggio in impianti di compostaggio o meglio ancora in biodigestori anaerobici che producono anche biometano tornerà ad essere fertilizzante organico per il suolo (oggi si producono circa 2 milioni di tonnellate di compost da FORSU). Un esempio virtuoso storico di economia circolare è poi quello legato al recupero dell’olio minerale esausto: una storia quella del CONOU – il consorzio che si occupa della raccolta e della rigenerazione dell’olio usato che dura dal 1984 ed è una vera eccellenza italiana che ha consentito il recupero a nuova vita di oltre 4 milioni di tonnellate di olio che se disperso nell’ambiente avrebbe causato un disastro ecologico. Ma ormai si recuperano molte cose su cui prima non si faceva attenzione: dagli pneumatici che finivano nelle discariche, all’olio vegetale che non si dovrebbe più scaricare nei lavandini, alle apparecchiature elettroniche (piccoli elettrodomestici come per esempio i rasoi o i telefonini, o quelli grandi come i frigo o le lavatrici) da cui si possono recuperare anche minerali preziosi. E progressivamente l’innovazione consente di recuperarne sempre più materiali in tante filiere.

Ma ci sono ostacoli di natura non tecnologica che a volte impediscono il pieno sviluppo dell’economica circolare. Ne vogliamo citare qui due.

Il primo è di natura legislativa e ha a che fare con le lentezze insopportabili della nostra burocrazia. Si tratta dei ritardi nell’emanazione dei cosiddetti decreti end of waste: il Ministero dell’Ambiente dal 2013 avrebbe dovuto scrivere i decreti con le caratteristiche necessarie affinché i materiali adeguatamente trattati negli impianti di recupero potessero uscire dalla filiera rifiuti ed essere trattati come si usa dire da materie prime seconde. Fino adesso ne ha emanato solo cinque (sul combustibile Solido secondario – CSS, sul conglomerato bituminoso, per gli assorbenti e pannolini, per gli pneumatici fuori uso, e solo di recente quello per carta e cartone); ne mancano ben 16! E così gli inerti da spazzamento stradale trovano qualche difficoltà a finire la loro vita utile come sarebbe normale in leganti idraulici o in sottofondi, il piombo estratto dalle batterie resta senza motivo un “rifiuto”, gli inerti da demolizione non si possono riutilizzare in maniera semplice, per fare solo alcuni esempi.

L’altro ostacolo è la sindrome NIMBY (not in my back yard) spesso accompagnata da quella NIMTO (not in my terms of office): comitati, spesso guidati da esponenti politici locali (di ogni partito) che per un malinteso (e a volte opportunistico) senso di difesa del proprio territorio si oppongono a un qualsivoglia impianto, a prescindere dal suo reale impatto ambientale. Esemplari sono le contestazioni che esplodono in qualsiasi territorio ogni qual volta si inizi a parlare di un impianto di produzione di biometano da rifiuti: come abbiamo scritto questi impianti sono essenziali per consentire che l’umido della nostra raccolta differenziata si trasformi in compost (con la produzione durante la digestione anaerobica anche di biometano) da restituire al suolo. Senza questi impianti la “circolarità” non si raggiungerebbe e l’umido resterebbe un rifiuto il cui unico smaltimento possibile sarebbe la discarica, quello sì un attentato ambientale e uno spreco economico. Eppure intorno a questi progetti di impianti si diffondono fake news per cui gli stessi sarebbe devastanti persino se localizzati in aree industriali.

Insomma se riteniamo che l’economia sia l’unica forma di economia possibile nel futuro – sia per difendere l’ambiente sia per costruire nuova occupazione - dobbiamo saper e poter sfruttare tutte le opportunità che ci offre l’innovazione tecnologica adeguando rapidamente i nostri stili di vita, che dovranno rifuggire dagli sprechi, e le norme che dovranno essere più semplici ed efficaci.


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