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Catia Bastioli: per la transizione ecologica serve «fare di più con meno»

Per la transizione ecologica occorre strategia e una nuova visione imprenditoriale, che sia orientata più sul lungo periodo e agisca in sinergia con gli altri settori della società. Ne parliamo in un’intervista a Catia Bastioli, Amministratrice Delegata di Novamont S.p.A e Presidente di Kyoto Club.

8 marzo 2021 Fonte: Scienzainrete.it

Con il nuovo Ministero per la Transizione ecologica, che oltre alle competenze del Ministero dell’Ambiente e della Tutela del territorio e del mare gestirà anche la materia energetica (prima assegnata allo Sviluppo Economico), nasce anche un Comitato interministeriale per la transizione ecologica. Insieme all’analogo Comitato e Ministero «digitali», svolgeranno un ruolo di primo piano per portare avanti le missioni contenute nel Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza: «1. Digitalizzazione, innovazione, competitività e cultura; 2. Rivoluzione verde e transizione ecologica; 3. Infrastrutture per una mobilità sostenibile; 4. Istruzione e ricerca; 5. Inclusione e coesione; 6. Salute». Unitamente al già istituito Comitato interministeriale per la programmazione economica e lo sviluppo sostenibile (CIPESS) – che dal 1° gennaio 2021 ha sostituito il vecchio Comitato interministeriale per la programmazione economica (CIPE) – risulta sempre più chiaro anche a livello istituzionale che la sostenibilità è insieme ambientale, sociale ed economica. Così come serve un approccio integrato a livello di tematiche generali, allo stesso modo è necessario che le stesse istituzioni pubbliche e private, imprese, industria e terzo settore cooperino sempre di più.

Su questo e altro abbiamo intervistato Catia Bastioli, Amministratrice Delegata di Novamont S.p.A., presidente di Kyoto Club ed ex presidente di Terna.

Come coniugare la necessità di profitto con gli standard di sostenibilità ambientale e sociale?

Oggi gli effetti dell’azione antropica, dell’eccessivo sfruttamento degli ecosistemi e del conseguente cambiamento climatico sono sempre più evidenti agli occhi di tutti, e le perdite economiche dettate dalle catastrofi dirompenti sono tangibili. Come riportato da un recente studio dell’IPBES del 2020, anche le pandemie emergeranno più spesso e arrecheranno più danni all’economia mondiale, a meno che non vi sia un cambiamento trasformativo nell’approccio globale di quelle stesse attività umane che hanno impatti sugli ecosistemi. Secondo IPBES, la prevenzione sarebbe cento volte più economica del costo di risposta alle pandemie. Il costo della degradazione dei suoli in Europa è stimato in 50 miliardi di euro all’anno. Non si tratta più di coniugare profitto e ambiente, ma di comprendere che la transizione verso modelli di sviluppo più sostenibili non è un’opzione, ma una necessità per il futuro dell’economia e delle persone. Le aziende italiane, la finanza e i consumatori lo stanno capendo sempre di più.

Quindi quali politiche occorrono?

In questo cambio culturale occorrono politiche lungimiranti. Serve un nuovo Illuminismo nella loro definizione, che dovrà essere caratterizzato da un equilibrio migliore tra uomo e natura, tra mercati e legge, tra consumo privato e beni pubblici, tra pensiero a breve e lungo termine, tra giustizia sociale e incentivi per l’eccellenza. Tuttavia, per mettere in pratica questo cambio di paradigma sarà necessario coltivare una fortissima etica della responsabilità a livello individuale e collettivo, per affrontare in modo costruttivo, con coraggio e spirito di servizio le sfide epocali di una transizione ormai non più rinviabile, a partire dai nostri territori.

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