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25 luglio 2019

Legambiente: ENI la controllata di Stato è "nemica del clima"

In un dossier che raccoglie numeri e storie, il cigno Verde fa il punto sui progetti di ENI, per la quasi totalità centrati sulle fonti fossili, lasciando ai margini le rinnovabili. Pieno sostegno da Kyoto Club: "Il Governo cambi la Strategia Energetica Nazionale".

Mentre tutto il mondo parla di come affrontare la crisi climatica, di obiettivi di decarbonizzazione e di come sviluppare urgentemente azioni di adattamento e di mitigazione ai cambiamenti del clima, l’Eni batte il suo record di produzione: 1,9 milioni di barili al giorno nel 2018, il numero più alto mai registrato dalla compagnia (+5% di produzione rispetto al 2017). A cui si somma la crescita del portafoglio di titoli minerari, con l’acquisizione di 29.300 nuovi chilometri quadrati di titoli esplorativi, distribuiti tra Messico, Libano, Alaska, Indonesia e Marocco.

In un dossier che raccoglie numeri e storie, Legambiente fa il punto sui progetti di ENI: il quadro restituito è quello di una multinazionale energetica proiettata verso un futuro di espansione delle estrazioni di petrolio e di gas, che riserva alle fonti pulite solo briciole di investimenti.

“ENI sta sbagliando rotta e chiediamo al governo Conte di essere coerente con gli impegni sottoscritti a livello internazionale indirizzando le politiche aziendali sulle fonti rinnovabili – commenta il presidente di Legambiente Stefano Ciafani.

ENI opera in 67 paesi, dove impiega complessivamente quasi 31mila lavoratori, di cui il 77% in Europa. Le riserve di idrocarburi accertate di sua proprietà ammontano a 7.158 milioni di barili, distribuiti nei 5 continenti, per una vita utile di circa 10 anni stando agli attuali tassi di consumo. Il 52% delle riserve si trova in Africa (3.711 milioni di barili, con una produzione di 1,06 milioni di barili/giorno, la più alta al mondo), il 26% (1.891 milioni di barili) in Asia e Oceania (dove si producono 392 mila barili/giorno di idrocarburi). Per le fonti pulite, ENI “ha come obiettivo una potenza installata di energia elettrica pari a circa 5 GW al 2025” ma nel 2018 ha investito solo 143 milioni di euro in sviluppo di progetti su rinnovabili ed economia circolare.

Le criticità non sono legate solo ai cambiamenti climatici: sono diverse le vertenze giudiziarie e leproteste contro progetti e impianti controversi di Eni in Italia e nel resto del mondo, descritti nel dossier.

In Italia sono varie le proteste; a cominciare dalla Val d’Agri, in Basilicata, dove negli anni 90 è iniziato lo sfruttamento di uno dei giacimenti on shore più importanti d’Europa, con 38 pozzi, di cui di cui 22 eroganti. E dove i volontari delle Goletta Verde in viaggio verso la Calabria hanno esposto lo striscione ENI enemy of the planet per dire no alle trivelle (foto e video al link http://bit.ly/2xR9ZPG). Sono diversi i risvolti giudiziari sulle attività in Basilicata: è in corso a Potenza il processo sullo smaltimento illegale di rifiuti, in parte  attraverso la reimmissione di acque di processo in alcuni pozzi in Val d’Agri, mentre nell’aprile 2019, anche grazie a un esposto di Legambiente che chiedeva l’applicazione della legge 68 sugli ecoreati, è stato arrestato per disastro ambientale, abuso d’ufficio e falso ideologico un dirigente dell'ENI, all’epoca dei fatti responsabile del centro oli di Viggiano, nell’ambito di un’inchiesta su una fuoriuscita dai serbatoi di 400 tonnellate di petrolio secondo l’azienda che nel febbraio 2017 contaminò almeno 26 mila metri quadrati di suolo e sottosuolo a Viggiano.

Kyoto Club sostiene il lavoro di Legambiente: "Il governo cambi finalmente la Strategia Energetica Nazionale – dichiara il Direttore Sergio Andreis – sostituendo la fonte fossile gas con il 100% di energie rinnovabili ed efficienza energetica".

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