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5 settembre 2018 (RiEnergia)

L’inarrestabile declino del carbone in Occidente

Secondo l'associazione Carbon Tracker, il 54% delle centrali a carbone europee produce in perdita. E mentre nel 2017 la generazione elettrica da rinnovabili, in rapida crescita, ha superato quella calante del carbone, otto Paesi europei hanno deciso che a breve spegneranno le loro centrali. L'editoriale di Gianni Silvestrini, Direttore scientifico di Kyoto Club.

Fino a poco tempo fa gli scenari sulla domanda mondiale di carbone ipotizzavano una crescita, anche se non impetuosa come nello scorso decennio. In realtà, nel 2016 i consumi sono calati del 4,2% rispetto al 2014. Nel 2017 si è registrato un leggero rimbalzo, +1%, ma secondo l’Agenzia Internazionale per l’Energia (AIE) nei prossimi anni la domanda si stabilizzerà, anche se le dinamiche saranno diverse.

Se in Asia ci sono ancora segnali di crescitasui due lati dell’oceano Atlantico lo scenario si fa invece sempre più cupo. Negli Usa oltre 30 GW dovrebbero uscire dal mercato tra il 2018 e il 2022, proseguendo una tendenza che ha portato la quota del carbone nella generazione elettrica dal 50% del 2000 all’attuale 30%. Un calo che i maldestri tentativi dell’Amministrazione Trump non sembrano arrestare.  

E in Europa la situazione è ancora più difficile. La finanza volta le spalle alle miniere di carbone e alle nuove centrali e le normative richiedono investimenti per abbattere gli inquinanti. Inoltre, le quotazioni del carbone sono raddoppiate negli ultimi due anni e il valore della CO2 nell’ambito dell’ETS ha ormai raggiunto 21 €/t, quattro volte la media dell’ultimo quinquennio, incrinando la competitività degli impianti.

Secondo l’associazione Carbon Tracker, il 54% delle centrali a carbone europee produce in perdita. Queste difficoltà spiegano un sorpasso storico: nel 2017 la generazione elettrica da rinnovabili, in rapida crescita, ha superato quella calante del carbone. E le prospettive nel prossimo decennio sono fosche, considerando che due terzi dei 619 impianti in funzione nella UE ha più di trent’anni.   

Un numero crescente di paesi, preso atto di queste difficoltà, ha deciso di uscire dal carbone.  Nell’arco del prossimo decennio Austria, Danimarca, Finlandia, Francia , Italia, Olanda, Portogallo, Svezia e UK spegneranno le loro centrali.

Il dato più clamoroso è quello del Regno Unito, un paese che proprio sul carbone aveva basato quella rivoluzione industriale affermatasi poi a livello internazionale. Nel Regno Unito il contributo dei combustibili solidi si è dimezzato rispetto al 2010 e verrà azzerato entro il 2025, a meno dell’adozione di improbabili soluzioni di cattura della CO2. Un segnale emblematico del cambiamento si è avuto lo scorso aprile quando per un certo numero di ore la produzione da carbone si è completamente azzerata, cosa che non succedeva dalla fine del diciannovesimo secolo.

In questo quadro di fuga dal carbone, due paesi restano ancora fortemente legati a questo combustibile. Parliamo della Germania e della Polonia, che ospitano il 55% della potenza elettrica europea.

La repubblica tedesca si trova in una situazione delicata, visto che ai 50 GW a carbone che forniscono il 40% della produzione si affiancano le ultime nove centrali nucleari il cui contributo, 13%, dovrà cessare nel 2022. Sul futuro del carbone sta ragionando un’apposita Commissione governativa che entro la fine di quest’anno riferirà sui tempi e le modalità di chiusura sia delle centrali che delle miniere, un percorso non banale che dovrà tenere conto anche della fine dell’atomo. Le miniere di antracite sono sempre state fortemente sussidiate, oltre 200 miliardi di € cumulativi, per garantire un’occupazione che ormai è ridotta a poco meno di 10.000 unità.  La loro chiusura è prevista entro la fine di quest’anno. Ci sono poi le miniere a cielo aperto di lignite, le più importanti al mondo, che viceversa sono economicamente convenienti ma che hanno provocato gravi disastri ambientali con 1.800 km2 aggrediti e 337 villaggi eliminati.

L’altro paese chiave per il carbone è la Polonia che da questo combustibile ricava l’80% dell’elettricità e che possiede notevoli riserve di antracite e lignite. Il legame con il carbone è particolarmente sentito sia per la presenza di 100.000 occupati fortemente organizzati sia perché rafforza il senso di indipendenza rispetto alla Russia. Tuttavia l’80% delle miniere sono in perdita, con un deficit che raggiunge un miliardo di euro l’anno e la produzione è in continuo calo dagli anni Ottanta.

La scelta di continuare a puntare su questo combustibile è dimostrata dal fatto che ai 29 GW esistenti se ne aggiungeranno nei prossimi anni altri 9. Paradossalmente la prossima conferenza sul clima, COP24, si svolgerà a Katowice, a meno di 100 km dal sito in cui si stanno costruendo due grandi impianti a carbone.

La politica energetica del governo è molto lontana dunque da quella europea, fatto che alimenta continue frizioni. Per soddisfare gli obbiettivi delle rinnovabili non si è trovata soluzione migliore che utilizzare la biomassa in co-combustione con il carbone, anche se recentemente è cresciuta l’attenzione sull’eolico e sono stati programmati 4 GW di impianti offshore.

In conclusione, in un contesto di politiche climatiche sempre più incisive, il futuro del carbone europeo è senza prospettive, anche perché sarà sempre più difficile reggere l’agguerrita competizione delle rinnovabili e del gas.

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