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19 novembre 2018 (QualEnergia.it)

La grande cecità (parte 1)

Mezzi di informazione e politica mondiale non sono interessati più di tanto al collegamento che esiste tra i disastri naturali e il global warming. Anche l'Unione Europea dovrà fare molto di più per decarbonizzare l'economia. La prima parte dell'editoriale di Gianni Silvestrini.

È paradossale e preoccupante l’assenza della politica di fronte ai disastri che si manifestano con crescente intensità colpendo la California come la costa occidentale degli Usa, il Veneto come la Sicilia.

Parliamo da un lato del totale disconoscimento da parte della Casa Bianca e dall’altro della sottovalutazione del nostro Governo delle connessioni esistenti tra il riscaldamento del pianeta a opera dell’uomo e gli incendi, gli uragani, le bombe d’acqua e le stragi di alberi che stanno pericolosamente aumentando.

Ma questa incomprensione ha una dimensione più ampia. Con efficacia, il grande scrittore indiano Amitav Ghosh mette sotto accusa  non solo la politica ma anche la cultura.

In un mondo in cui l’innalzamento del livello dei mari avrà inghiottito città come New York e Bangkok, i lettori e i frequentatori di musei si rivolgeranno all’arte e alla letteratura della nostra epoca cercandovi innanzitutto tracce e segni premonitori del mondo alterato che avranno ricevuto in eredità. E non trovandone, cosa potranno, cosa dovranno fare, se non concludere che nella nostra epoca arte e letteratura venivano praticate perlopiù in modo da nascondere la realtà cui si andava incontro? E allora questa nostra epoca, così fiera della propria consapevolezza, verrà definita l’epoca della Grande Cecità”.

Non possiamo che testimoniare lo scarso spazio dedicato a questi temi da parte dei media in Italia, mentre alcuni importanti giornali e tv estere ne parlano, seppure in modo inadeguato.

E, purtroppo, la stessa sottovalutazione riguarda, ed è un fatto ben più grave, larga parte del nostro mondo politico attuale e quello degli anni passati.

Partiamo ora dall’analisi dei risultati in termini di emissioni della UE, per capire se siamo sulla strada giusta.

Europa schizofrenica sul clima: dopo un rallentamento ora punta in alto

Un impulso ad accelerare le politiche climatiche è venuto dall’ultimo rapporto IPCC sugli scenari 1,5 °C. Considerata poi l’evoluzione delle emissioni globali di CO2 che, dopo un biennio di stabilizzazione, hanno ripreso a crescere nel 2017 e nel 2018 si dovrebbe riflettere sull’inadeguatezza delle politiche di molti paesi. E questo mentre, ricordiamolo, per stare sotto l’aumento di 1,5 °C bisognerebbe azzerare la produzione di gas climalteranti entro 30-40 anni.

In questo quadro, come si sta comportando l’Unione Europea?

Se esaminassimo l’andamento delle emissioni climalteranti rispetto al target di riduzione del 20% al 2020, il nostro Continente sembrerebbe assolutamente sulla buona strada. Lo scorso anno le emissioni sono state infatti del 21,9% inferiori rispetto al livello del 1990.

Questi risultati vanno però interpretati per capire se il percorso di riduzione è adeguato, anche in vista degli obbiettivi molto più ambiziosi che ci aspettano nei prossimi decenni.

Osserviamo innanzitutto che l’impegno di riduzione ha visto recentemente una battuta d’arresto. Tra il 2014 e il 2017 i gas climalteranti sono infatti aumentati dello 0,6%, principalmente a causa del forte incremento delle emissioni dei trasporti, +6,3%.

Inoltre, in questo ventennio si sono verificate due situazioni anomale. I traumi seguiti all’abbattimento del muro di Berlino con il collasso del sistema industriale della DDR, hanno infatti comportato un forte calo delle emissioni tedesche tra il 1990 e il 1992.

Un altro elemento perturbante si è avuto con la crisi finanziaria del 2007/2008 che ha colpito tutti i paesi, tanto che nel solo 2009 le emissioni europee si sono ridotte del 7%.

Ma c’è poi una componente più di fondo da considerare per una valutazione corretta dei risultati. Parliamo delle emissioni legate all’import-export dei beni, che vedono una quota importante legata alle importazioni dalla Cina.

Ad esempio, è vero che il Regno Unito ha visto una riduzione del 27% tra il 1990 e il 2014, ma includendo nel conteggio l’anidride carbonica dei beni importati, il calo si riduce all’11%.

Fatte queste osservazioni, va riconosciuto il ruolo decisivo dell’Europa nel favorire il decollo delle rinnovabili sulla scena mondiale. Come va evidenziato il ritardo sull’auto elettrica e sui sistemi di accumulo, dovuto all’azione frenante dell’industria automobilistica.

In effetti, negli ultimi anni la UE sembrava aver perso slancio sul fronte climatico rispetto a una Cina in prima fila sugli investimenti “green”, ma alcune recenti decisioni fanno sperare bene.

Dopo l’ultimo rapporto IPCC sugli scenari 1,5 °C il Parlamento Europeo ha infatti approvato in seduta plenaria una risoluzione per chiedere di alzare dal 40 al 55% l’obbiettivo di riduzione delle emissioni climalteranti al 2030 rispetto ai livelli del 1990.

Le decisioni su rinnovabili ed efficienza (32% e 32,5%) già comportavano di fatto un aumento del taglio concordato delle emissioni, ma dopo la risoluzione del Parlamento è probabile una mediazione con la Commissione e gli Stati membri che consenta di arrivare ad un impegno per un dimezzamento delle emissioni alla fine del prossimo decennio.

Ma non è tutto. Nella stessa seduta prima richiamata, il Parlamento Europeo ha chiesto che il documento sugli scenari di decarbonizzazione in via di completamento da parte della Commissione preveda il raggiungimento di un’economia ad emissioni nette zero al massimo entro il 2050.

Con le ultime mosse l’Europa sembra quindi voler riprendere un ruolo di punta nella lotta climatica. Ma non sarà una passeggiata. È chiaro infatti che servirà un deciso salto di qualità.

Secondo l’Agenzia Europea per l’Ambiente (AEE), anche se venissero messe in atto tutte le politiche ipotizzate finora dai vari governi, la riduzione delle emissioni nel 2030 sarebbe solo del 32%.

Sempre secondo la AEE, per raggiungere il target 2030 occorrerebbe una riduzione media annua di 79 Mt CO2eq, mentre con gli interventi esistenti e quelli programmati il taglio sarebbe la metà di quanto necessario. E attenzione, questi dati si riferiscono all’attuale obbiettivo del -40% al 2030. Se questo, come è altamente probabile, venisse innalzato la sfida sarebbe ancora più ardua.

In sostanza, a fronte di un contesto sempre più allarmante dimostrato dagli eventi estremi in tutto il mondo, non basterà incrementare in maniera lineare alcune iniziative di riduzione, ma si dovrà predisporre una strategia a tutto campo per decarbonizzare le economie.

Solo qualche paese sembra aver compreso la portata della sfida e ha definito adeguate politiche di risposta.

Non certamente l’Italia dove questa problematica è praticamente assente dalla discussione e dalle scelte politiche. Non si capisce cioè che quella climatica non è solo una questione ambientale, ma riguarda la riconversione profonda dell’economia.

Leggi l'articolo di Gianni Silvestrini sul sito di QualEnergia.it

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