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24 aprile 2018 (Greenreport.it)

Microplastiche e plastiche in mare: quello che galleggia è l’1%. Dove è il resto?

Secondo gli scienziati, solo l'1% della plastica che entra nell'oceano è visibile a occhio nudo, mentre non si sa dove si concentri il restante 99%. Ma per valutare il livello di rischio per la salute è essenziale studiare le aree dove la plastica è più diffusa. Per questo un gruppo di ricerca coordinato dall'Università di Utrecht ha dato vita al progetto TOPIOS, che consiste nello sviluppo di una mappa tridimensionale di tutta la plastica presente nell'oceano.

Le microplastiche, particelle delle dimensioni di circa 5 mm o più piccole,  sono  ormai onnipresenti nell’ambiente marino e sono da tempo motivo di preoccupazione per la loro capacità di assorbire sostanze tossiche e, potenzialmente, di farle penetrare nella catena alimentare. Solo ora, misurando l’estensione dell’accumulo nei mari e negli oceani e monitorando il movimento di questi contaminanti, gli scienziati stanno cominciando a capire il livello di minaccia posta alla vita.

Le microplastiche provengono da svariate fonti: alcune, le microsfere, sono un componente degli esfolianti nei cosmetici, altre sono il risultato della normale usura dei prodotti. Si stima che  negli oceani di tutto il mondi si siano accumulate 150 milioni di tonnellate di plastica e la ricerca scientifica dimostra che nel 2010 sono stati aggiunti tra i 4,8 e i 12,7 milioni di tonnellate. Finora solo un pugno di Paesi europei, come Italia, Regno Unito e Paesi Bassi, oltre al Nord America, stanno prendendo in considerazione o hanno imposto divieti sulle microsfere di plastica tipicamente presenti nei cosmetici e nei prodotti per la cura personale.

Tuttavia, la maggior parte delle microplastiche proviene dalla disintegrazione di pezzi più grandi di rifiuti di plastica come i materiali da imballaggio che invece di essere smaltiti, riciclati e riutilizzati correttamente finiscono sul terreno, nei fiumi, sulle coste e in mare. Queste microplastiche  sono considerate la forma più comune di rifiuti marini.

Secondo il rapporto ”Presence of microplastics and nanoplastics in food, with particular focus on seafood” dell’ European food safety authority resta ancora da rispondere a molte domande riguardo agli effetti sulla salute umana delle microplastiche e nano plastiche, le particelle con un diametro inferiore a un millesimo di millimetro. Ci ha provato la britannica Ana Catarino, una ricercatrice del Natural environment research council (Nerc) che su Horizon dice che «Ci sono dati considerevoli che indicano che gli organismi ingeriscono le microplastiche. Tuttavia, gli studi dimostrano che la concentrazione di microplastiche nell’ambiente è di diversi ordini di grandezza inferiore rispetto alla maggior parte delle concentrazioni testate in laboratorio, indicando che gli effetti nocivi potrebbero essere minimi. Le microplastiche possono accumularsi nell’intestino e potenzialmente interferire con processi come l’assorbimento di sostanze nutritive o il passaggio di rifiuti, ma gli studi hanno anche dimostrato che potrebbero essere espulsi senza effetti negativi».

La Catarino ha fatto parte del team del progetto Marine microplastics toxicity: investigating microplastics and their co-contaminants in marine organisms (Marmicrotox), che tra il 2014 e il 2016 ha valutato l’abbondanza e il tipo di microplastiche presenti nelle cozze selvatiche che vivono in una remota località costiera della Scozia. Horizon spiega che «I ricercatori hanno effettuato test per verificare se le sostanze tossiche associate alle particelle vengono trasferite in pesci come la trota e come le microplastiche influenzano le cozze. I risultati preliminari hanno suggerito che le sostanze tossiche associate alla superficie delle microplastiche potrebbero essere assorbite dalle cozze e dai pesci quando ingeriscono le particelle».  Ma la Catarino  aggiunge che occorrono ulteriori studi per capire come questa esposizione alla tossicità è in relazione con le concentrazioni di plastica nei diversi ambienti come cibo contaminato.

Ma per valutare il livello di rischio per la salute è essenziale studiare le aree dove la plastica è più diffusa, per capire come gli animali interagiscono effettivamente con  la plastica. Ne è convinto Erik Van Sebille, un  oceanografo olandese dell’università di Utrecht che ha detto a Horizon: «Non lo sappiamo ancora, perché non sappiamo dove sia la plastica».

Per capire l’impatto delle microplastiche sulla vita acquatica, sulla biodiversità e sulla salute umana, gli scienziati stanno esaminando dove la plastica finisce nell’oceano e Van Sebille spiega che «Le migliori stime che abbiamo riguardano la superficie dell’oceano, in termini di plastica galleggiante, e questo è probabilmente solo l’1% circa di tutta la plastica che pensiamo sia mai entrata nell’oceano. Quindi potremmo dire che manca il 99% della plastica, E’un po’ come la contabilità: tanto entra, tanto esce. Dov’è il resto?»

Van Sebille partecipa al progetto Tracking Of Plastic In Our Seas (Topios) che sta sviluppando una mappa tridimensionale di tutta la plastica presente nell’oceano, mettendo insieme un modello di circolazione oceanica con varie osservazioni sulla posizione degli accumuli di plastiche negli oceani.

30 anni fa gli scienziati crearono una simulazione al computer di come l’anidride carbonica viene trasportata dal vento e ora, un anno dopo l’avvio dell’ambizioso progetto quinquennale Topios, Van Sebille rivela su  Horizon: «Sto proponendo di fare esattamente la stessa cosa nell’oceano per la plastica”.

Data la vastità degli oceani, finora potrebbero non esserci osservazioni scientifiche sufficienti in tutto il mondo per capire quali aree sono ad alto rischio di inquinamento. »Anche così, Topios potrebbe fornire informazioni preziose su quali regioni richiedono maggiori osservazioni», conclude Van Sebille.

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