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24 novembre 2017 (La Nuova Ecologia)

Fuga dai fossili

Negli ultimi anni, il processo di disinvesti-mento dei capitali nelle fonti fossili è sempre più avanzato. E non solo a livello economico, ma anche finanziario. Una dinamica che si accompagna a quella della progressiva capitalizzazione del settore delle rinnovabili. La campagna di addio alle fonti fossili è nata negli Usa nel 2011 e coinvolge, al giorno d'oggi svariati, diversi attori a livello globale. Silvia Zamboni ne parla su La Nuova Ecologia.

Nel mondo cresce il disinvestimento di capitali in carbone, petrolio e gas. E salgono gli investimenti nelle rinnovabili. Fondamentale, anche nel nostro Paese, il ruolo delle istituzioni religiose

Nel 2014, per la prima volta nella storia, gli investimenti nel settore delle rinnovabili hanno superato quelli nelle fonti fossili. A dicembre 2016, a un anno dalla sigla degli accordi sul clima a Parigi, sul piano della finanza internazionale si è registrato un altro record: a quella data il valore complessivo del disinvestimento di capitali dalle imprese collegate a carbone, petrolio e gas aveva raggiunto, a livello mondiale, la ragguardevole cifra di 5.200 miliardi di dollari. Con una progressione vertiginosa, che a partire da settembre 2015, in poco più di un anno, aveva visto raddoppiare tale valore. Che continua a lievitare: il mese scorso la piattaforma gofossilfree.org (associata al movimento internazionale per la difesa del clima 350.org) stimava infatti in 5.530 i miliardi di dollari disinvestiti dal settore energetico fossile, ad esempio tramite la vendita di azioni e obbligazioni detenute in compagnie petrolifere, carbonifere o metanifere, o di quote di fondi comuni investiti nei fossili.

Se sfogliamo l’album storico del divestment vediamo che quello odierno dai fossili ha degli illustri predecessori, basti pensare alla campagna salutista di disinvestimento nata per colpire l’industria del tabacco o a quella che aveva per obiettivo le imprese legate al sistema economico sudafricano finalizzata a contrastare il regime di apartheid. Al di là del target, ciò che distingue la campagna in corso dalle precedenti è il tasso di crescita, considerato il più rapido finora registratosi per iniziative analoghe.

Disinvestimento dai fossili da una parte e incremento degli investimenti nelle rinnovabili dall’altra, altro non sono che le due facce della medesima medaglia: quella della transizione energetica verso un sistema low carbon capace di contrastare i cambiamenti climatici. Lo conferma un inequivocabile dato economico: diverse istituzioni e singoli soggetti che disinvestono dai fossili si sono impegnati ad aumentare i propri investimenti nell’energia pulita e nella protezione del clima, per un totale a fine 2016 di 1.300 miliardi di dollari, stando a stime della società statunitense di consulenza Arabella advisors.

Ma vediamo più da vicino come è nata questa campagna internazionale e chi ne sono i protagonisti. Promossa nel 2011 da un movimento nato in alcune università americane, la campagna di addio ai fossili ha poi attecchito in tutto il mondo, prova ne sia che oggi più della metà delle istituzioni e dei singoli disinvestitori si trova fuori dai confini degli Stati Uniti. I settori che hanno trainato lo sviluppo del movimento, ossia istituzioni religiose, fondazioni filantropiche e università, coprono tuttora il 62% delle 798 organizzazioni coinvolte, a cui si aggiungono oltre 58mila privati cittadini, il tutto distribuito in 76 Paesi. La fetta più consistente della “torta” istituzionale è, col 27%, quella delle organizzazioni religiose, come ad esempio il Global catholic climate movement, il World council of churches e la Lutheran world federation. Seguono, con il 20%, le organizzazioni filantropiche, dalla blasonata Rockefeller brothers fund alla neonata Leonardo DiCaprio foundation, mentre le università sono attestate al 15%. In crescita (11% della torta) i fondi previdenziali, come l’influente Fondo previdenziale governativo norvegese, il maggior fondo sovrano a livello mondiale, mosso più che probabilmente dalla concreta preoccupazione di restare legato ai fossili in un mondo che con la Cop21 a Parigi si è impegnato a non superare i 2 gradi di aumento della temperatura globale. Con un’esplicita ricaduta: «L’80% delle riserve fossili va lasciato dov’è. Ovvero sottoterra, con conseguente perdita del suo valore economico. Una prospettiva che ha ribaltato il messaggio lanciato nel 1972 dal rapporto del Club di Roma “Limits to the growth” (in versione italiana “I limiti dello sviluppo”) sulla finitezza delle risorse», osserva Ralf Fucks, per venti anni co-presidente della Fondazione dei Verdi tedeschi Heinrich-Boell Stiftung. Oggi, infatti, di fronte alla febbre del pianeta, la “medicina ambientale” ci dice che le risorse fossili, poche o tante che siano, non vanno estratte, pena la perdita rovinosa del controllo sull’aumento della temperatura media globale. In questo quadro, secondo Christiana Figueres, già segretario esecutivo della Convenzione quadro Onu sui cambiamenti climatici, «il disinvestimento è un passo indispensabile nel nostro cammino verso un futuro senza combustibili fossili. È più che saggezza finanziaria: è la chiave per il nostro futuro collettivo».

Tra i protagonisti di questa fuga di capitali politically correct figurano anche istituti assicurativi del calibro di Allianz in Germania e Axa in Francia. E parecchie amministrazioni locali, da Melbourne a San Francisco, Cambridge, Copenaghen, Oslo, Bordeaux, Berlino, solo per citarne alcune. Insieme coprono il 18% delle organizzazioni coinvolte. Ultime adesioni in Europa: Brema e Stoccolma. Nel complesso, i Paesi leader del movimento si confermano Usa, Regno Unito, Francia, Germania, Paesi scandinavi e Australia. Ma in Italia che cosa succede?

«Nell’estate 2015, all’epoca della pubblicazione dell’enciclica “Laudato Si’”, la rete di associazioni Italian climate network e altre realtà appartenenti al coordinamento Power shift Italia hanno promosso la nascita di “DivestItaly”, una campagna che oggi aggrega ventidue organizzazioni appartenenti alla società civile, alla galassia ambientalista, come Legambiente e Kyoto Club, ai settori della finanza etica e della cooperazione allo sviluppo, come Focsiv, la federazione degli organismi cristiani Servizio internazionale volontario, che fa parte del Global catholic climate movement, uno dei leader del disinvestimento mondiale», spiega il coordinatore della campagna italiana Riccardo Rossella. Gran parte dell’attività di “DivestItaly” è data dal lavoro di sensibilizzazione sul rapporto tra investimenti finanziari e cambiamenti climatici, che è propedeutico al core business: convincere i vari soggetti a disinvestire dai fossili. Finora, precisa Rossella, «il nostro target prioritario sono state le organizzazioni religiose», un fronte che il 4 ottobre scorso ha confermato, a livello internazionale, la propria centralità con l’annuncio congiunto dell’impegno a disinvestire da parte di 40 organizzazioni cattoliche sparse nei cinque continenti, dall’Arcidiocesi di Città del Capo, che investirà in fondi sociali ed etici, alla Conferenza episcopale del Belgio, fino alla Bank für kirche und Caritas (la banca tedesca per la chiesa e la Caritas). Tale annuncio, in Italia, è stato accompagnato dall’adesione alla campagna del Comune di Assisi, il primo nel nostro Paese.

E in futuro come si muoverà DivestItaly? «Rivolgeremo la nostra attenzione al mondo laico e ai singoli risparmiatori per spingerli a investire nelle rinnovabili», puntualizza Rossella. Con un altro obiettivo in pole position: il settore delle assicurazioni. Axa e Allianz faranno scuola anche da noi?

Leggi l'articolo di Silvia Zamboni su La Nuova Ecologia

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