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16 maggio 2017

Agricoltura biologica: è la strada giusta per affrontare i cambiamenti climatici?

Fino al 23 maggio è possibile scaricare gratuitamente lo studio pubblicato di recente sulla rivista Journal of Cleaner Production: tra gli autori, i ricercatori della Fondazione CMCC Maria Vincenza Chiriacò, Giampiero Grossi, Simona Castaldi e Riccardo Valentini. Lo studio evidenzia come l’agricoltura biologica potrebbe essere la strada giusta per produrre cibo di qualità e allo stesso tempo promuovere azioni di mitigazione dei cambiamenti climatici.

The contribution to climate change of the organic versus conventional wheat farming: A case study on the carbon footprint of wholemeal bread production in Italy è lo studio pubblicato di recente sulla rivista Journal of Cleaner Production.

L’agricoltura biologica potrebbe rivelarsi un valido alleato nella lotta ai cambiamenti climatici: rispetto a un’agricoltura di tipo tradizionale, consentirebbe infatti di abbattere le emissioni di gas serra fino al 60%.

“L’agricoltura biologica in Italia è un’attività low-carbon, cioè a basso contenuto di emissioni di gas a effetto serra, e potrebbe aiutare nella lotta ai cambiamenti climatici, riducendo le emissioni di un settore, quello agricolo, responsabile da solo del 24% delle emissioni globali “, commenta Maria Vincenza Chiriacò, ricercatrice della Fondazione CMCC presso la Divisione IAFES di Viterbo.

Per valutare il rispettivo contributo ai cambiamenti climatici di agricoltura convenzionale e biologica in Italia, i ricercatori hanno considerato la produzione di grano in Italia centrale, prendendo in esame l’intera filiera produttiva, dalla semina in campo alla produzione e distribuzione del pane. “È da tempo che si discute sul contributo delle diverse pratiche agricole ai cambiamenti climatici”, commenta Maria Vincenza Chiriacò, “ma finora mancavano dati certi e confrontabili. Nel nostro studio abbiamo confrontato due terreni agricoli dell’Italia centrale che presentavano caratteristiche di suolo, climatiche e ambientali molto simili, e differivano solo per le pratiche agricole impiegate (agricoltura biologica o convenzionale) per la produzione del grano. In questo modo è stato possibile fare una valutazione accurata del contributo ai cambiamenti climatici in termini di impronta di carbonio (carbon footprint), ovvero di emissioni di gas a effetto serra, della produzione di grano in Italia con agricoltura biologica e convenzionale, senza la presenza di fattori esterni a invalidare il confronto”. I risultati dello studio sono sorprendenti: se si considera infatti il contributo in termini di emissioni di gas serra per ettaro di superficie coltivata, il biologico consente di abbattere le emissioni del 60% rispetto all’agricoltura convenzionale, che invece ha un impatto più elevato per la maggiore densità dei seminativi e l’impiego massiccio di prodotti chimici, come fertilizzanti chimici e pesticidi.

L’agricoltura biologica sembra quindi avere tutte le potenzialità per ridurre le emissioni del settore agricolo e produrre cibo in maniera sostenibile, contribuendo alla mitigazione dei cambiamenti climatici, “anche se le implicazioni legate alla minore produttività dell’agricoltura biologica e alla possibile conseguente necessità di maggiori estensioni di terra coltivata devono essere affrontate”, commenta Maria Vincenza Chiriacò. “Tuttavia, l’agricoltura intensiva, caratterizzata da rese elevate, ma anche da maggiori impatti per il clima e l’ambiente, non è necessariamente la soluzione per eradicare la fame e risolvere il problema di come nutrire gli oltre 9 miliardi di persone attesi per il 2050. Infatti, stime della FAO riportano che l’attuale produzione agricola fornisce già cibo a sufficienza per sfamare l’attuale e la futura popolazione globale, ma la sicurezza alimentare non è garantita per tutti per una serie di cause quali povertà, conflitti, spreco di cibo e lo stesso cambiamento climatico. Certamente la ricerca scientifica dovrà concentrarsi per capire meglio le potenzialità dell’agricoltura biologica e proporre soluzioni per aumentarne la produttività.

Inoltre, il caso studio esaminato fornisce dati nuovi e specifici per una stima più precisa del contributo ai cambiamenti climatici, in termini di emissioni di gas serra, della produzione di grano in Italia. Tali dati potranno essere utilizzati anche per migliorare le stime per il settore agricolo e LULUF (land use, land use change and forestry – uso del suolo, cambiamenti di uso del suolo e selvicoltura) dell’inventario nazionale delle emissioni di gas serra in Italia, realizzato annualmente dall’ISPRA per rispondere agli obblighi della Convenzione Quadro sui Cambiamenti Climatici delle Nazioni Unite (UNFCCC) e del Protocollo di Kyoto.

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