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Come lo Stato può uccidere un’azienda sana: Marcopolo Engineering spiega le ragioni che l’hanno portata a rischio chiusura

Antonio Bertolotto, Fondatore, Presidente e Amministratore Delegato di Marcopolo Engineering Spa Sistemi Ecologici, con una lunga e articolata lettera aperta, pubblicata sul sito web della società, spiega le ragioni che hanno portato l’azienda a rischio chiusura e a depositare in data 23 giugno la richiesta di concordato preventivo previsto di continuità.

27 giugno 2016 Marco Polo Engineering

<p>Il Fondatore, Presidente e Amministratore Delegato di Marcopolo Engineering Spa Sistemi Ecologici ha voluto spiegare i motivi che lo hanno portato ad avviare un concordato preventivo previsto di continuità, per salvaguardare una realtà che da oltre trent’anni è un modello di efficienza nel settore della green economy.

La “denuncia costruttiva”, così la definisce Bertolotto, avviene in un settore particolare: la trasformazione del biogas nocivo delle discariche trasformato in energia verde con un processo collegato e virtuoso di controllo e bonifica di aree a rischio ambientale, oggi presidiate e controllate dagli impianti della Marcopolo (attività negli obiettivi di “Kyoto 4”: non solo energie rinnovabili, ma effetti più ampi poiché si bonifica e insieme si produce energia).

Non la crisi, non il mercato ma paradossalmente il sistema Stato-impresa che non funziona ed è la causa unica delle difficoltà che la Marcopolo si trova oggi ad affrontare: il nostro Paese con la sua macchina burocratica lenta e contorta, con le sue leggi infinite e incomprensibili, con la protervia di molti funzionari che le interpretano, con il mancato rispetto degli impegni assunti in relazione a tariffe energetiche, modalità di applicazione, tempi di pagamento e iter autorizzativi.

Bertolotto riassume così i motivi di questa gravissima crisi aziendale:

1 - tariffe sul biogas da discarica ridotte drasticamente senza programmazione né concertazione, che ha comportato, pur con l’aumento di produzione di energia elettrica, una riduzione del fatturato dell’azienda di oltre il 60% in un biennio, nonostante gli investimenti sostenuti per la realizzazione di nuovi impianti la cui programmazione industriale si basava sulle tariffe preesistenti;

2 - lentezza nei procedimenti autorizzativi a causa dei mille passaggi e dell’eccessiva discrezionalità dei funzionari pubblici che interpretano norme cavillose e poco chiare, diverse da regione a regione e che determinano il paradosso di impianti fermi, realizzati da anni che non riescono a partire; la Marcopolo ne ha realizzati tre, fermi da tre anni, con un auto-investimento per molti milioni di euro;

3 - l’applicazione del “Reverse Charge” che vieta di applicare l’Iva sulle forniture di energia elettrica e che quindi determina una situazione di creditore strutturale nei confronti dello Stato, in misura pari all’Iva pagata ai fornitori. La Marcopolo si trova senza la liquidità necessaria a proseguire la sua attività nonostante sia in forte credito di Iva, che può conguagliare solo in parte con i debiti per tributi e contributi;

4 - Sei impianti di biogas da discarica contestati dove lo Stato si è trattenuto oltre 8 milioni di euro in tre anni ( che nei prossimi 12 anni di durata di contratti saranno altri 34 milioni di euro ) e, su questa vertenza, il nuovo Decreto consentirà proprio per il futuro ciò che a Marcopolo è stato contestato. Inoltre Marcopolo ha avviato la restituzione di 10 milioni di euro dove le viene contestato l’iter autorizzativo di due impianti, cosa assurda avendo fatto in altre regioni gli stessi iter. Infine, da gennaio 2016, non vengono più pagati gli ex certificati verdi fino a settembre 2016 che, per il fatturato di Marcopolo, sono ben oltre il valore dell’energia venduta.

Per la particolare connotazione produttiva (decine di impianti dislocati su tutto il territorio nazionale) la Marcopolo non potrà, se non si risolverà in tempi certi la situazione sotto il profilo tariffario, burocratico e finanziario, riprendere gradualmente la sua attività, come potrebbe fare invece un’azienda con produzione centralizzata e concentrata in un unico stabilimento.

La chiusura di impianti simili porterebbe con sé un corollario di danni ambientali, economici, occupazionali ed anche erariali di cui qualcuno dovrà, secondo Bertolotto, cominciare ad assumersi la responsabilità diretta, così come sono abituati a fare gli imprenditori di fronte a scelte sbagliate nelle proprie gestioni aziendali. Fattori che, sommati insieme, definiscono quello che Antonio Bertolotto chiama tragicamente non più rischio di impresa ma “rischio Paese”.

Bertolotto, che nonostante tutto continua a credere in questo Stato e in questo Governo, pensa che non sia più possibile restare immobili e subire, ma sottolinea che con spirito propositivo occorre denunciare per trovare subito, insieme allo Stato, soluzioni immediate che salvino un intero sistema imprenditoriale, reso asfittico dall’eccesso di burocrazia. L’azienda cuneese, per parte sua, ha tentato ogni strada percorribile per salvare se stessa e i suoi collaboratori: già in passato era dovuta ricorrere ad interventi drastici, per difendersi sempre da cause esterne, che avevano rimesso in pareggio il bilancio ma purtroppo a scapito dei livelli occupazionali.

Dal punto di vista tecnico la Marcopolo chiede di aprire con urgenza un tavolo ai Ministeri dell’Ambiente, delle Politiche alimentari, agricole e forestali, dello Sviluppo Economico e dell’Economia e Finanze, per la ricerca di una soluzione condivisa ma soprattutto rapida.
Questo Governo, ripete Bertolotto, ha fatto della semplificazione e della lotta alla burocrazia una sua bandiera, e probabilmente lo farà: già ieri infatti il Presidente Renzi ha comunicato al Paese la firma del nuovo decreto sulle energie rinnovabili. Speriamo solo che ciò non si realizzi quando la stella Marcopolo avrà purtroppo smesso di brillare, come ha invece fatto per oltre trent’anni in Italia e all’estero.
Questa è la speranza di Antonio Bertolotto e con lui di tutte le famiglie dell’azienda, dei fornitori e dei clienti.

Paradossalmente, poi, Marcopolo in Italia ha contratti di sviluppo per il prossimo ventennio, per un fatturato di oltre 20 milioni l’anno, in aggiunta al fatturato attuale. All’estero queste potenzialità si moltiplicano per ogni Paese già in sviluppo avanzato. Un mercato estero, dei Paesi in forte sviluppo che necessitano di tecnologie ambientali ed energetiche, che è totalmente privo delle “gabbie” burocratiche e tariffe come quelle italiane. Marcopolo è già presente all’estero, perché lì in sei mesi si ottengono i permessi e si costruiscono questi impianti di messa in sicurezza delle discariche con recupero energetico; anzi, vengono fatte pressioni per velocizzare i processi, consci che questo biogas nocivo fa male e va recuperato in energia! Un po’ come era nel nostro Paese negli anni Novanta, mentre negli ultimi anni l’esito è stato ben diverso.

Oggi Marcopolo ne porta le conseguenze e cerca di intervenire, auspicando in un rapido intervento del pubblico nel fare la propria parte e ristabilire regole certe.

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