Mobilità elettrica, accelerare conviene: meno emissioni, petrolio importato e costi energetici
Il Libro Bianco 2026 di Motus-E mostra che l’elettrificazione dei trasporti può evitare al 2035 fino a 9,2 milioni di tonnellate di CO₂ e 41,5 milioni di barili di petrolio ogni anno. Per cogliere questi benefici servono politiche stabili, flotte elettriche e un forte rilancio del trasporto pubblico.
La transizione alla mobilità elettrica non rappresenta soltanto una scelta climatica. È anche una leva per ridurre la dipendenza italiana dai combustibili fossili, migliorare la qualità dell’aria, contenere la spesa energetica e rafforzare la competitività industriale.
A evidenziarlo è la seconda edizione del Libro Bianco sulla mobilità elettrica di Motus-E, che fotografa un’Italia in movimento, ma ancora in ritardo rispetto ai principali Paesi europei.
Nel primo trimestre 2026 sono state immatricolate 37.836 auto completamente elettriche, il 64,7% in più rispetto allo stesso periodo del 2025. Il parco circolante ha raggiunto circa 400 mila vetture e i punti di ricarica pubblici sono saliti a oltre 78 mila.
Sono segnali positivi, accompagnati dall’arrivo di veicoli più accessibili e dal calo dei prezzi. Il mercato italiano rimane però fragile e troppo dipendente da incentivi episodici: la quota delle elettriche circolanti è ancora inferiore all’1% e la penetrazione nelle flotte aziendali e nel trasporto merci resta molto bassa.
Elettrificare significa consumare meno energia
Il vantaggio fondamentale dell’elettrico deriva dalla maggiore efficienza. A parità di chilometri percorsi, un motore elettrico utilizza molta meno energia rispetto a un veicolo alimentato a benzina o diesel.
Secondo le elaborazioni di Motus-E, nello scenario di accelerazione al 2035 l’Italia potrebbe risparmiare 4,21 milioni di tonnellate equivalenti di petrolio ogni anno anche ipotizzando il mantenimento dell’attuale mix elettrico. Con il raggiungimento degli obiettivi del PNIEC, il beneficio salirebbe a 5,18 milioni di tonnellate equivalenti di petrolio, pari al 14% dei consumi energetici del settore dei trasporti.
La transizione più rapida permetterebbe inoltre di evitare 9,2 milioni di tonnellate di CO₂ all’anno, quasi il 10% delle emissioni complessive prodotte dai trasporti italiani.
Particolarmente rilevante è il contributo dei mezzi pesanti e degli autobus. Pur rappresentando soltanto l’1,1% del futuro parco elettrico, potrebbero generare il 34% del risparmio energetico complessivo. È la conferma che l’elettrificazione non può limitarsi alle automobili private, ma deve interessare prioritariamente i veicoli che percorrono più chilometri e consumano più energia.
Ogni anno 41,5 milioni di barili di petrolio in meno
Nello scenario accelerato, al 2035 l’Italia potrebbe evitare l’importazione di 41,5 milioni di barili di petrolio ogni anno, pari al 9,5% dei consumi petroliferi nazionali.
Il beneficio economico viene stimato tra 2,4 e 2,9 miliardi di euro all’anno. Risorse che, anziché finanziare l’acquisto di combustibili fossili, potrebbero rimanere nel sistema economico italiano e sostenere energia rinnovabile, reti, infrastrutture e occupazione.
L’elettrificazione assume quindi un valore strategico anche dal punto di vista geopolitico. Ridurre il consumo di petrolio significa limitare l’esposizione alle crisi internazionali, alla volatilità dei prezzi e alla dipendenza dai Paesi esportatori.
Una crescita compatibile con il sistema elettrico
Il rapporto smentisce anche il timore che la diffusione dei veicoli elettrici possa determinare una domanda ingestibile per la rete. Nel 2035, persino nello scenario più avanzato, la mobilità assorbirebbe meno del 6% dei consumi elettrici italiani.
La sfida riguarda piuttosto il modo in cui la ricarica verrà organizzata. Smart charging, produzione fotovoltaica, accumuli e ricarica nelle ore di minore domanda possono trasformare le batterie dei veicoli in una risorsa per il sistema elettrico.
I tre milioni di punti di ricarica domestici previsti al 2035 potrebbero offrire oltre 10 GW di potenza modulabile, una capacità paragonabile a quella di tre grandi impianti idroelettrici di pompaggio. Per utilizzare questa flessibilità saranno però necessarie regole che consentano ai veicoli e agli aggregatori di partecipare al mercato dei servizi di rete.
Non bastano le automobili elettriche
La decarbonizzazione della mobilità non può essere ridotta alla sostituzione di ogni automobile a combustione con un modello elettrico. L’elettrificazione deve procedere insieme al potenziamento del trasporto pubblico, alla mobilità attiva, alla condivisione dei mezzi e alla riduzione della dipendenza dall’auto privata.
In questa prospettiva, il dato relativo agli autobus è incoraggiante: nel primo trimestre 2026 gli elettrici hanno rappresentato il 20% delle nuove immatricolazioni, con un incremento del 118%. Nel parco complessivo, tuttavia, gli e-bus sono ancora appena il 4%.
Dopo la conclusione degli investimenti finanziati dal PNRR si rischia inoltre una brusca frenata. Motus-E propone quindi di destinare al rinnovo delle flotte del trasporto pubblico parte delle risorse del Fondo sociale per il clima e del Piano per la qualità dell’aria.
Politiche strutturali al posto degli incentivi intermittenti
Il Libro Bianco confronta due scenari. Con le politiche attuali, nel 2035 l’Italia potrebbe raggiungere 7,8 milioni di veicoli elettrici. Con misure rafforzate si arriverebbe a 9,2 milioni, con 1,4 milioni di mezzi elettrici in più.
Per imboccare la traiettoria più ambiziosa servono incentivi prevedibili, una fiscalità capace di orientare le flotte aziendali verso i veicoli a zero emissioni, fondi per autobus e mezzi pesanti, connessioni più rapide e sostegno alla ricarica domestica, condominiale e aziendale.
A queste misure deve affiancarsi una politica industriale per le batterie e il loro riciclo. Motus-E stima che nel 2035 in Italia saranno disponibili circa 50 mila tonnellate annue di batterie a fine vita, una massa sufficiente a rendere sostenibili impianti per il recupero di litio, cobalto e nichel. Senza investimenti, la black mass continuerà a essere esportata in Asia, facendo perdere all’Europa la parte più preziosa della catena del valore.
L’alternativa non è dunque tra transizione e conservazione dell’attuale sistema. La trasformazione tecnologica è già in corso su scala globale. La scelta riguarda se governarla, traendone benefici climatici, sanitari, energetici e occupazionali, oppure subirla accumulando ulteriore ritardo.
Fonte: Motus-E-Libro-Bianco-2026
