Passare dall’impegno a una concreta politica ambientale
"Efficienza Energetica e Rinnovabili. Dalla sfida ambientale a un percorso di sostenibilità" è il titolo della pubblicazione a cura di Axpo. Un capitolo è di Gianni Silvestrini, Direttore scientifico di Kyoto Club e QualEnergia.
<p>L’entrata in vigore dell’Accordo sul Clima sarebbe avvenuta entro la fine del 2016. Un’accelerazione, voluta anche per consolidare il risultato prima dell’inizio del mandato del prossimo presidente degli Stati Uniti, che ha spiazzato l’Europa il cui processo di ratifica è subordinato all’adesione da parte di tutti i paesi. La UE ha quindi dovuto individuare una scorciatoia diplomatica per evitare l’affronto dell’entrata in vigore dell’accordo senza la sua partecipazione.
Ma aldilà degli aspetti formali, questo ritardo è figlio anche della debolezza e di divisioni del vecchio continente, con paesi come la carbonifera Polonia che frenano sui tagli delle emissioni.
Anche l’Italia è rimasta indietro nel processo di ratifica. Ma quello che più preoccupa nel nostro paese è la mancanza di un vero piano di riduzione delle emissioni climalteranti e di un coordinamento delle politiche nei vari settori. Un vuoto preoccupante, tanto più che sono già stati proposti gli obiettivi di riduzione al 2030 per i settori non ETS (escludendo cioè le industrie energivore). Per il nostro paese ciò significherà che l’edilizia, i trasporti, l’agricoltura e parte dell’industria dovranno essere in grado di funzionare con un terzo delle emissioni climalteranti in meno rispetto ai valori del 2005. Un impegno non da poco, che implicherà un deciso salto di qualità nelle politiche da attivare. Tanto più che – dopo la presentazione nel 2018 del rapporto IPCC sui possibili scenari per stare sotto 1,5° C – l’Europa potrebbe alzare l’attuale obiettivo di riduzione del 40% al 2030.
In realtà in Italia non mancano singole iniziative interessanti: pensiamo alla proposta per avviare la riqualificazione energetica di interi edifici, all’avvio dell’incentivazione del biometano, alle riflessioni in atto sulla mobilità elettrica, al programma Industria 4.0… ma sono azioni scoordinate in assenza di un piano complessivo con obiettivi di riduzione verificabili.
Proprio il caso di Industria 4.0 è emblematico. Nel programma volto a esaltare le opportunità del digitale da parte delle imprese, viene teorizzata una "neutralità" governativa abdicando ad ogni ruolo di indirizzo, mentre sarebbe stato invece importante indicare dei filoni prioritari su cui concentrare l’attenzione. Pensiamo a settori che vedranno un notevole sviluppo, come le nuove opportunità offerte dall’industrializzazione della riqualificazione edilizia, la mobilità elettrica, i sistemi di accumulo, eccetera. C’è poi un altro elemento che, dopo la ratifica dell’Accordo sul Clima, diventa sempre più necessario: il coordinamento tra le varie iniziative che, per l’ampiezza dei settori coinvolti, dovrebbe essere gestito presso la Presidenza del Consiglio. Il governo, insomma, dovrebbe prendere sul serio la sfida climatica indirizzando la ricerca sui filoni più promettenti, avviando una politica industriale innovativa, rilanciando l’occupazione.
Accenniamo a tre settori che saranno decisivi per il raggiungimento degli obiettivi al 2030, le fonti rinnovabili, l’edilizia e i trasporti.
Il rallentamento delle rinnovabili
La rappresentazione grafica della nuova potenza rinnovabile installata negli ultimi dieci anni in Italia è quella di un’onda che, partendo da numeri irrilevanti, sale rapidamente fino a raggiungere un picco di 11 GW nel 2011 per poi calare altrettanto velocemente. Nel 2015 la nuova potenza verde era infatti meno di un decimo (0,9 GW) rispetto a quella di quattro anni prima. E dobbiamo aspettarci valori bassi almeno fino al 2020. Secondo l’Energy Strategy Group del Politecnico di Milano, se la percentuale di crescita della potenza rinnovabile era stata del 43% nel periodo 2010-2015, quella attesa tra il 2016 e il 2020 sarà solo del 7%.
Tutto il sistema elettrico è peraltro in fase di assestamento. La precedente "overcapacity" e l’andamento declinante della domanda hanno comportato, dopo l’irruzione delle rinnovabili, la decisione di chiudere un folto numero di centrali convenzionali, ad iniziare da 23 impianti da parte dell’Enel.
Una situazione molto delicata destinata però a cambiare. L’obiettivo europeo al 2030 sulle rinnovabili, attualmente pari al 27% dei consumi finali e che potrebbe essere innalzato al 30%, implica infatti una produzione green in grado di soddisfare circa la metà della richiesta di elettricità del nostro paese.
Nel 2014 questa quota, secondo i criteri Eurostat, era del 34,4%, mentre il contributo dell’insieme delle rinnovabili (incluse quelle termiche e dei biocarburanti) si attestava sul 17% dei consumi totali.
Dunque è evidente che nel corso del prossimo decennio la corsa delle rinnovabili dovrà ripartire, in particolare nel comparto elettrico posto che i margini di crescita delle rinnovabili termiche e dei biocarburanti sono inferiori.
Pur immaginando che tutte le tecnologie daranno un loro contributo, è dal fotovoltaico che ci si aspetta una decisa accelerazione, visto che questa tecnologia è destinata a diventare sempre più competitiva. Il problema principale consisterà nell’interazione con la rete. La crescita fotovoltaica potrà avvenire solo in presenza di sistemi di stoccaggio che spostino la produzione verso le ore serali. Grazie al calo del 65% dei prezzi delle batterie previsto per il prossimo quinquennio, il loro inserimento diventerà una pratica usuale nel medio periodo.
È interessante analizzare in questo senso il mercato tedesco e gli scenari che si aprono in paesi con buona insolazione e bollette alte. Nel 2015 il 41% degli impianti solari venduti in Germania erano abbinati al sistema di accumulo, una percentuale destinata a salire. Mentre in Australia, dove il 13% degli edifici è già dotato di fotovoltaico, secondo un recente rapporto di Morgan Stanley si potrebbe arrivare a fino a 2 milioni di sistemi di accumulo nel 2020. Non è ancora chiaro quale modello sarà prevalente, se quello decentrato o quello "di quartiere" con uno stoccaggio "collettivo", anche se è probabile che i due sistemi conviveranno. E alla fine del prossimo decennio in giro per il mondo si inizieranno a vedere anche i primi distacchi dalla rete di singoli edifici o
quartieri.
Edilizia e trasporti, settori su cui occorre accelerare
Parliamo di due comparti che non hanno visto in Italia grandi miglioramenti in termini di riduzione delle emissioni dal 1990 ad oggi. Anzi, le emissioni di gas climalteranti del settore trasporti hanno visto un leggero aumento (1.6% nel 2014) a causa dell’incremento della mobilità di merci e passeggeri e analogamente le emissioni nel settore civile sono cresciute per l’aumento del numero delle abitazioni. È dunque chiaro che, per raggiungere gli obiettivi al 2030, occorrerà concentrarsi su questi settori individuando nuove strategie.
Leggi l’intero capitolo a cura di Gianni Silvestrini, Direttore scientifico di Kyoto Club e Qualenergia e Presidente del Green Building Council Italia, in allegato (pdf in basso).
Il capitolo rientra nella pubblicazione "Efficienza Energetica e Rinnovabili. Dalla sfida ambientale a un percorso di sostenibilità" a cura di Axpo.
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