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11 maggio 2017 (QualEnergia.it)

Le associazioni ambientaliste sulla SEN: poca decarbonizzazione del sistema

Le associazioni ambientaliste WWF, Grenpeace e Legambiente, apprezzano, con alcune puntualizzazioni, gli scenari di uscita dal carbone, ma sono critiche sul fatto che il piano al 2030 possa stimolare investimenti importanti nel settore edilizio, nei trasporti e nelle rinnovabili.

Tutte le associazioni ambientaliste apprezzano lo scenario di uscita dal carbone in Italia indicato dalla Strategia Energetica Nazionale, presentata ieri dai ministri competenti (vedi slide di presentazione in basso), anche se con alcune osservazioni critiche su questo punto. Ma, a parte una positiva visione più sistematica del settore energetico, gli apprezzamenti sulla SEN finiscono qui.

Per Greenpeace c’è comunque una notevole differenza tra chiudere l’ultima centrale a carbone nel 2025 oppure nel 2030, ricordando ad esempio che l’Agenzia Europea per l’Ambiente, solo pochi anni fa, stimava in oltre 500 milioni di euro l’anno gli impatti della sola centrale di Brindisi.

Ricordiamo che nella SEN si ipotizzano tre scenari. Quello "inerziale", che prevede la dismissione di 2 GW e il mantenimento di 4 impianti (Torrevaldaliga Nord, Brindisi Sud, Fiumesanto e Sulcis); uno "intermedio" che prevede anche la chiusura di Brindisi, e quello che prevede l'uscita totale dal carbone che costerebbe però circa 3 miliardi di euro in più rispetto allo scenario base, secondo quanto detto dal ministro Calenda.

Secondo la SEN questo scenario “estremo” richiederebbe investimenti tra 8,8 e 9 miliardi di euro sulla rete, così composti: +1,1/1,4 mld col phase-out totale, compreso nuovo elettrodotto con la Sardegna), 7,5-9,5 mld di € tra risorse di flessibilità e pompaggi ad asta e 0,5-0,6 mld di € di nuovi impianti a gas per circa 1 GW (+0,7/0,8 mld di € per 1,4 GW, a cui vanno aggiunti 0,5 mld di € per infrastrutture di approvvigionamento gas in Sardegna.

Per il WWF Italia, che ha presentato in passato degli scenari di uscita dal carbone in Italia non oltre il 2025, ci sono delle perplessità anche sulle compensazioni per le centrali da chiudere i cui costi non sono saranno ancora ammortizzati. Per Mariagrazia Midulla, responsabile Clima ed Energia, “occorre mettere molti paletti; ma se così dovesse essere queste spese devono essere ancorate a nuovi investimenti nelle rinnovabili e nell'economia decarbonizzata, oltre che alla salvaguardia dei lavoratori coinvolti dalla transizione”. Greenpeace si chiede inoltre se la stima del ministro del costo dell’uscita dal carbone, 3 miliardi di euro in più sullo scenario di base, includa anche i risparmi della mancata importazione del combustibile, i benefici sanitari, climatici ed economici che verrebbero dall’azzeramento delle emissioni. I conti del ministro Calenda non sembrano ancora chiarissimi su questo punto.

Presentazione Strategia Energetica Nazionale 2017 (pdf)

continua a leggere l'approfondimento a cura di QualEnergia.it.

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