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21 gennaio 2019 (QualEnergia.it)

Piano Energia Clima, una minestra insipida

Rinnovabili, efficienza, mobilità, taglio alle emissioni, peso del gas. Nel PNIEC alcune indicazioni interessanti, ma troppe lacune e gravi assenze. Una "burocratica gestione della normalità" secondo l'analisi di Gianni Silvestrini.

Una rapida lettura del Piano Energia Clima consente di evidenziare alcune indicazioni interessanti, diverse lacune e gravi assenze.

Ma soprattutto, alla fine delle 237 pagine la sensazione è quella di avere assaggiato una minestra insipida.

Della SEN di Calenda si potevano criticare molti aspetti, ma c’erano due elementi che colpivano, l’obbiettivo delle rinnovabili 2030 dopo molti anni di immobilismo e l’uscita dal carbone entro il 2025.

Per questo nuovo Piano le aspettative erano alte, considerato lo storico interesse per le tematiche energetiche dei 5 Stelle e il deciso innalzamento avvenuto lo scorso anno degli obbiettivi europei delle rinnovabili e dell’efficienza. Una maggiore ambizione cui avevano contribuito anche le posizioni più avanzate dei nuovi governi spagnolo e italiano. Inoltre, i prezzi delle rinnovabili erano scesi ulteriormente, con un taglio del 27% per i moduli fotovoltaici nel solo 2018.

Ma queste attese sono rimaste deluse.

Partiamo dalle fonti rinnovabili, pronte a galoppare nel prossimo decennio senza bisogno di incentivi, ma che nel nuovo Piano è come se venissero imbrigliate.

La produzione verde prevista al 2030 coincide sostanzialmente con i valori indicati nella SEN (187 contro 184 TWh), mentre, ad esempio, il Coordinamento Free ed Elemens avevano stimato una produzione di 210 TWh.

Stupisce in particolare la dinamica prevista per il fotovoltaico, con una partenza molto lenta fino al 2024 e un valore finale che si ferma a 73 TWh, un valore del 18% inferiore rispetto alle indicazioni di Free. E anche il contributo delle altre fonti pare sottostimato.

Passiamo alla mobilità elettrica. Dopo la decisione di Francia e Regno Unito di fissare una data limite per la vendita di auto a benzina o diesel, ci si sarebbe aspettato un analogo segnale da parte del nostro paese. Nel Piano italiano non vi è invece nessuna traccia del phase-out e vengono indicati obbiettivi modesti al 2030 per la mobilità elettrica, con 6 milioni di auto di cui solo 1,6 milioni elettriche pure.

Si consideri che con l’adozione del recente obbiettivo europeo volto a tagliare del 37,5% le emissioni delle auto, Volkswagen ha deciso di alzare da 1,2 a 1,8 milioni la produzione elettrica alla fine del prossimo decennio. Secondo lo studio “Electrify 2030” di Ambrosetti, nel 2030 potrebbero circolare in Italia fino a 9 milioni di auto elettriche, mentre Free ipotizza 2,7 milioni di veicoli elettrici puri.

Non si parla poi di guida autonoma, una soluzione dirompente che inizierà a diffondersi nel prossimo decennio sia nel trasporto merci che in quello delle persone, con importanti implicazioni anche per le imprese europee. Lo ha ben compreso la Commissione che ha pubblicato un rapporto sulle strategie necessarie per fare dell’Europa un’area leader del trasporto con veicoli senza guidatore.

E passando dalle soluzioni ipertecnologiche alla semplice bicicletta, è sconfortante che non ci sia un obbiettivo né sulla quota di mobilità su due ruote, né sui km di piste ciclabili da raggiungere entro il 2030.

Un tema che diventerà sempre più importante nelle politiche climatiche riguarda l’assorbimento di carbonio dall’atmosfera, passaggio indispensabile per centrare l’obbiettivo di Parigi.

Nel Piano si parla delle foreste, ma non viene evidenziato il ruolo che può svolgere l’agricoltura, come testimonia l’approccio del “biogas fatto bene” con l’impiego del digestato per la fertilizzazione che aumenta la concentrazione di carbonio nel suolo. In Francia questa azione è stata valorizzata con una campagna, “4 per 1000”, volta a incrementi annui dello 0,4% del contenuto di carbonio del primo strato di 40 cm dei terreni agricoli.

E per quanto riguarda il biometano da utilizzare nei trasporti, il Piano parla di soli 1,1 miliardi di metri cubi da raggiungere al 2030 (contro i 5,9 miliardi ipotizzati da Free), un valore largamente sottostimato rispetto al potenziale di 8-10 miliardi che le associazioni di categoria reputano utilizzabile per tutti gli usi.

Veniamo quindi ad un aspetto centrale del Piano Energia Clima, la riduzione delle emissioni climalteranti.

L’obbiettivo della Ue è quello di tagliare le emissioni del 40% rispetto ai valori del 1990 entro il 2030, ma, dopo l’Accordo di Parigi, il Parlamento europeo ha chiesto di arrivare ad una riduzione del 55% ed è probabile che il target verrà alla fine portato attorno al 50% (vedi grafico).

È difficile trovare questo dato in modo esplicito nel rapporto, ma da una tabellina si evince che con le politiche del Piano la riduzione sarebbe pari al 37%. Dunque, se gli interventi proposti soddisfano, anzi superano, gli obbiettivi di riduzione rispetto al 2005, il Piano risulta carente rispetto al taglio che più conta nel percorso di decarbonizzazione.

Proprio l’opacità con cui vengono dati o sottaciuti elementi di valutazione importanti rappresenta un elemento che va evidenziato. Come lo sbandieramento della riduzione dei consumi del 43% alla fine del prossimo decennio, calcolato rispetto ad uno scenario elaborato nel 2007, mentre con le attuali dinamiche di crescita il calo dei consumi si ridurrebbe al 7% (e poco importa che anche la Ue faccia riferimento al modello del 2007).

Manca poi una riflessione sul lungo periodo, dimenticanza grave considerando che lo scorso novembre l’Unione Europea aveva adottato una strategia volta a raggiungere un’Europa “carbon neutral” al 2050.

Una valutazione sui tempi lunghi è importante per capire l’evoluzione nell’uso dei diversi combustibili fossili.

Se i consumi di gas si ridurranno notevolmente, sarà infatti possibile basarsi principalmente sulla sola produzione interna di biometano. E, a quel punto, risulta opinabile la necessità di realizzare nuovi gasdotti, considerando che già oggi la capacità di importazione è largamente sovradimensionata.

Ma nel Piano invece, oltre al TAP, si parla anche di altre iniziative come il progetto Eastmed per connettere il gas prodotto nel bacino israeliano-cipriota e nuovi impianti di rigassificazione (giustificati solo in Sardegna). Insomma anche nel PNEC, come nella SEN, ritroviamo una bulimia di infrastrutture, poco coerenti col percorso di decarbonizzazione dei prossimi 30 anni.

Per finire questo rapido excursus, va sottolineata un’assenza, quella della carbon tax, destinata ad avere nei prossimi decenni un ruolo significativo. Sarebbe stato importante leggere che l’Italia è favorevole a sollecitare una decisione europea su questo fronte.

Insomma, se con Calenda si era visto qualche segnale inaspettato, questo invece è un Piano di burocratica gestione della normalità.

Naturalmente queste sono solo prime impressioni generali e non devono far dimenticare le molte indicazioni specifiche interessanti contenute nel documento.

Come positivo è lo sforzo per fare interagire tre ministeri, Sviluppo, Ambiente e Infrastrutture, anche se sarebbe stato utile un coinvolgimento di altri dicasteri perché la conversione ecologica dell’economia attraverserà tutte le attività del paese.

Ma la partita in realtà si apre proprio adesso con l’avvio di un confronto con i vari portatori di interessi e categorie, un processo che in Italia come nel resto d’Europa potrà rappresentare un importante passaggio di rivisitazione.

Significativamente, sono già diversi i centri studi e le realtà associative che stanno analizzando il testo, riflettendo per identificare i limiti e per avanzare proposte.

Siamo dunque certi che la versione del Piano che uscirà alla fine dell’anno sarà migliore di quella mandata a Bruxelles a gennaio. E comunque confidiamo che la consultazione possa diventare un’occasione per accelerare processi virtuosi e per bloccare scelte negative.

L’articolo è parte dell’editoriale del n.1/2019 della rivista QualEnergia in via di pubblicazione.

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