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7 agosto 2018 (Lastampa.it)

I fossili: dalla parte sbagliata della Storia

Siamo ancora lontani dalla realizzazione di una società “free carbon” ma i consumi di carbone stanno diminuendo in tutto il mondo, America compresa. Difenderlo è una battaglia anti-storica. Il commento di Francesco Ferrante, Vicepresidente di Kyoto Club.

“Abbiamo messo i fossili dalla parte sbagliata della Storia”: è rimasto famoso il commento dell’allora Direttore di Greenpeace dopo gli Accordi di Parigi. Forse sin troppo ottimista, ma aveva senz’altro colto bene il significato di quel “patto”.  

Sicuramente ci vorrà molto tempo ancora per realizzare una società “free carbon” e dal dicembre 2015 davvero troppo poco si è fatto per rendere credibile il raggiungimento dell’obiettivo solennemente siglato allora (e da cui si è ritirato solo Trump): tenere l’aumento della temperatura del pianeta ben al disotto dei due gradi, meglio 1,5 gradi.  

Ma se c’è un fossile che è definitivamente fuori da ogni possibilità di sviluppo futuro e per il quale l’inesorabile (e felice) decrescita è già iniziata è il carbone, che tra i fossili è quello le cui emissioni di anidride carbonica sono maggiori (“è la chimica bellezza”). Trump si affanna a rilanciarloma da quando c’è lui alla Presidenza non è partito nemmeno un nuovo progetto di centrale in Usa, anzi si sono continuati a chiudere impianti non più convenienti (“è l’economia bellezza”).  

In Europa per il carbone le cose vanno pure peggio e persino nei paesi emergenti, affamati di energia a basso costo, si fanno scelte diverse: negli ultimi anni (salvo l’ultimo in cui c’è stata lieve inversione di tendenza) persino in Cina sono diminuiti i consumi di carbone. Allora l’affannosa difesa di quel combustibile da parte di Assocarboni (legittima per carità, come qualsiasi battaglia di rappresentanti di gruppi di interessi, se condotta in maniera trasparente) sembra un po’ come se l’associazione dei costruttori di diligenze si fosse opposta all’avvento dell’automobile, o quelli che realizzavano i telefoni a gettoni avessero combattuto i cellulari. In una parola sembra davvero una battaglia anti-storica

Assocarboni prova a difendere il suo futuro parlando del passato (il 40% dell’energia elettrica che nel mondo è “ancora” prodotta con il carbone), ma tralascia – e qui, mi perdoneranno gli amici carbonieri, io ci vedo un po’ di malafede – di leggere i trends. Persino in Germania, il più grande paese manifatturiero d’Europa, dove, all’indomani della tragedia di Fukushima, si decise comprensibilmente di partire prima con il phase-out del nucleare (e noi non dovremmo smettere mai di ringraziare ambientalisti e popolo italiano che per due volte con un referendum ci hanno risparmiato almeno questo spreco e questo pericolo), l’anno scorso si è cominciato a ridurre la quota di produzione di energia da carbone

In Italia, anche la timidissima SEN di Calenda – insufficiente per raggiungere i target su rinnovabili ed efficienza fissati a livello europeo – stabilisce l’uscita definitiva dal carbone tra appena sette anni e nemmeno il maggiore operatore italiano si è lamentato dell’accelerazione: così va il mondo, e l’Enel vive nel mondo. Quello attuale, non quello dove sembrano essere rimasti i difensori fuori tempo del carbone. 

Assocarboni, da un po’ di tempo ha cambiato strategia sulle rinnovabili: quando i numeri hanno dimostrato che l’innovazione tecnologica spingeva inesorabilmente da quella parte, è passata da disprezzarle quali una nicchia che mai avrebbero potuto minacciare la predominanza fossile a cercare un’”alleanza” contro quello che sarebbe il comune nemico: il gas.  

Purtroppo però, se sono condivisibili le preoccupazioni sul fracking e quello che si deve evitare anche in Europa è investire troppo in infrastrutture gasiere che poi potrebbero rivelarsi sovrabbondanti, non c’è niente da fare: una centrale a carbone (anche la più moderna ed efficiente) emetterà sempre il doppio di una a ciclo combinato a gas. E quindi, anche perché non possiamo dimenticare che le attività di estrazione di carbone sono ancora oggi tra le più pericolose, tanto che nella sola Cina si calcolano circa 100 morti l’anno in quelle miniere. se si vuole, e si dovrebbe davvero fare, raccogliere l’appello che il Papa ha fatto proprio ai rappresentanti dell’industria fossile – “keep it in the ground”, non ne estraetene più – i primi dovrebbero essere proprio i “carbonieri”.  

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